Transadriatica 2026: Seven J Seven primo a Venezia–Novigrad
Una traversata in cui vento tra 20 e 25 nodi ha deciso la selezione in andata; il ritorno è stato compromesso da vento leggero e dal tempo limite
Una traversata in cui vento tra 20 e 25 nodi ha deciso la selezione in andata; il ritorno è stato compromesso da vento leggero e dal tempo limite
La 41ª Transadriatica ha disputato la rotta Venezia–Novigrad con partenza il 4 giugno: Seven J Seven ha vinto la prova diretta in 9h39', mentre Ozons ha conquistato il Trofeo Livio De Marchi nella Classe Libera costiera. La prova di ritorno, partita il 6 giugno, non è stata completata a causa di vento leggero che ha impedito il rispetto del tempo limite.
9 ore e 39 minuti su un mare che non ha concesso pause: la Transadriatica 2026 è partita da Venezia giovedì 4 giugno alle 20:00 con una serie di variabili pronte a rimescolare le carte della regata. C’erano condizioni per far emergere chi sa spingere la barca e chi deve invece contenere gli sprechi: vento teso, assetti svelti, decisioni prese in fretta sotto carico.
Alla fine della traversata diretta la prima barca a tagliare la linea d’arrivo è stata Seven J Seven di Dario Perini, che su circa 48 miglia ha chiuso in 9h39' e si è aggiudicata anche il Trofeo Salone Nautico Venezia riservato alla prima imbarcazione appartenente a un circolo della laguna. Sullo stesso fronte agonistico, la prova costiera ha consegnato il Trofeo Livio De Marchi a Ozons di Philippe Ferrete, autore di una prova attenta e regolare su un percorso che richiede scelte differenti rispetto alla traversata diretta.
La regata si è dipanata per punti: condizioni meteo all’uscita dalla laguna, scelta della rotta, equilibrio degli equipaggi e la svolta del ritorno. Non si tratta di schemi astratti, ma di momenti che, combinati, spiegano perché i margini in classifica sono rimasti così corti.
Condizioni meteo iniziali: vento tra 20 e 25 nodi con mare formato ha imposto assetti di bolina stretta. Le barche che hanno saputo limitare il sbandamento e lavorare sul passo hanno guadagnato costantemente. La differenza non è stata nella singola manovra, bensì nella capacità di mantenerla ripetuta e pulita per ore: regolazioni continue, prua che punge l’onda, timonieri che correggono al millimetro.
Scelta della rotta: la linea diretta verso l’Istria lascia poco spazio a grandi deviazioni, ma ogni variazione di pochi gradi ha prodotto effetti misurabili. La battaglia tra Oltre di Andrea Scutari e Leone di Sebastiano Pulina è stata una lezione tattica: non sempre conviene inseguire il vento, a volte si guadagna cercando la pressione residua o sfruttando il passaggio di onda. La tattica è stata fatta di piccoli aggiustamenti, poche decisioni plateali e molte attenzioni ai dettagli.
Equilibrio degli equipaggi: la regata lunga mette sotto stress corpo e testa. Chi ha mostrato lucidità nelle manovre notturne e continuità nelle regolazioni ha trasformato seconds in vantaggi. Lavoro di equipaggio significa mantenere ritmo, distribuire energia e limitare gli errori di comunicazione quando il mare spinge e la stanchezza si sente.

Il fattore ritorno: sabato 6 giugno la partenza è stata alle 20:00, ma il vento si è assottigliato fino a rendere impossibile rispettare il tempo limite. Il confronto fra andata e ritorno ha messo in evidenza che una stessa regata può trasformarsi in due prove di natura diversa: la prima decisa dalla forza, la seconda dalle scelte conservative e dalla pazienza. Il tempo limite ha assunto una funzione regolamentare e agonistica insieme, trasformando la regata in una specie di prova a tempo dove la strategia non poteva prescindere dal cronometro.
Questa sequenza spiega perché la classifica della prova diretta è apparsa netta mentre la seconda frazione non ha prodotto risultati omogenei: la flotta si è trovata a confrontarsi con un vincolo esterno, il tempo, che ha inciso tanto quanto una boa o una raffica.
Oltre alle manovre, la Transadriatica ha misurato anche le relazioni tra porti. Sabato 6 giugno Cittanova ha accolto equipaggi e accompagnatori con attività organizzate dall’ufficio turistico: visite guidate, dialoghi tra circoli e momenti conviviali che hanno allentato la tensione della gara e spostato l’attenzione su scambi concreti tra le sponde dell’Adriatico.
Il presidente del Diporto Velico Veneziano, Alvise Dolcetta, ha posto l’accento sulla doppia natura dell’evento: agonismo in mare e relazioni fra porti. La presenza istituzionale, con l’Ambasciatore italiano in Croazia, ha dato un tono formale ma non freddo: è stato soprattutto un segno che la regata muove qualcosa oltre le classifiche, alimentando legami pratici e personali.

In campo agonistico, la convivenza di percorsi diversi — diretto e costiero — ha funzionato da laboratorio per strategie alternative. La prova costiera, più tecnica nell’affrontare la costa e i suoi venti locali, ha offerto a Ozons lo spazio per giocare con una tattica meno legata al passo puro e più attenta alle scelte di rotta e alle condizioni laterali.
La partecipazione internazionale è rimasta contenuta nei numeri ma consistente nella qualità dei rapporti: da più di quarant’anni la Transadriatica mette insieme club e marinai dell’Alto Adriatico, una continuità fatta di sospensioni e riprese che ha plasmato la regata fino all’attuale formula per equipaggi, ripresa nel 1983 dopo la nascita nel 1971.
La 41ª edizione ha mostrato in modo netto che la competizione premia chi tiene la barca sotto pressione e, insieme, chi sa gestire i rapporti tra porti e comunità. Più di una volta la differenza si è vista in dettagli che di primo acchito sembrano secondari ma in mare diventano decisivi: un tempo di virata, la scelta di una vela, la lettura di un refolo. Ed è proprio il riferimento finale al tempo limite — già citato nella cronaca del ritorno — che riassegna valore tecnico a tutta la manifestazione: non è solo la velocità a determinare il risultato, ma anche la capacità di misurare la propria gara rispetto a un vincolo che, da regolamento, può cambiare la strategia di ogni equipaggio.
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