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Il Grande Fiume Nilo

Il Grande Fiume Nilo

di Fabrizio Fattori

Che i fiumi abbiano costituito realtà propulsive dello sviluppo delle grandi civiltà è cosa nota, ma in alcuni casi,  tale  ruolo ha raggiunto livelli di armonica perfezione.

 

E’ il caso del Nilo (Iteru, “grande fiume” per gli Egizi) che con le periodiche generose inondazioni ha consentito il millenario sviluppo di una civiltà che ancora oggi stupisce per il suo grado di raffinata potenza. 

 

Questo ruolo ha attribuito per secoli all’Egitto una identità agricola di grande efficienza  riverberatasi nelle dinamiche sociali, economiche, culturali e spirituali di un popolo che ha mantenuto per secoli un livello di primo piano nelle civiltà preclassiche. A tale ruolo è stata attribuita una valenza divina, personificata nel dio Hapi , con lo specifico compito di super vedere i ritmi di inondazione e  fertilità cosi strettamente correlati al benessere e alla sopravvivenza della nazione.
 


 

Foto di Tamás Juhász da Pixabay 
 

La sua figura, rimandata dai geroglifici presenti anche nei molteplici piccoli templi rupestri a lui dedicati, è rappresentata come una figura umana opulenta e con abbondanti seni, carica di piante e pesci, a sottolinearne la prosperità e l’abbondanza, vestita con un semplice perizoma da pescatore.
 

L’intera popolazione, consapevole, gli dedicava periodici festeggiamenti apotropaici, propiziatori di inondazioni favorevoli, intonando canti  di lode, come pervenutoci da papiri e frammenti di terracotta. 

 

La periodicità delle inondazioni caratterizzava tutta la vita del popolo, lo stesso calendario si basava su tali ritmi stagionali producendo tre periodi annuali: il primo dal luglio a novembre era caratterizzato dalla totale immersione dei campi (Akhet); il secondo periodo andava da novembre a marzo quando le acque si ritiravano (Peret) e l’ultimo andava da marzo a luglio e segnava l’epoca asciutta delle attività agricole (Scemu). Il fenomeno interessava  un’ampia fascia che andava dal delta alla prima cataratta presso Assuan, la così detta “Terra nera” (Kemet), ricca di scuro fango argilloso.
 

  
 

Aswan - Foto di Klaus Dieter vom Wangenheim da Pixabay 

 

Questo territorio era caratterizzato anche da una fitta rete di canalizzazioni che consentiva la diffusione delle acque con maggior profondità nel territorio e permetteva di gestire al meglio l’abbondanza o la scarsità delle inondazioni stesse. I così detti “Nilo alto” e “ Nilo Basso”, in relazione alla portata delle inondazioni determinavano problemi che in entrambi casi portavano a periodi di carestia dai quali era necessario proteggersi con una attenta politica di gestione dei canali e delle scorte alimentari.

 

Malgrado molte fonti rimandino al lavoro agricolo come ad un’attività penosamente faticosa, la semina del terreno, spesso affidata alle donne, risultava essere relativamente semplice: venivano sparse le sementi (grano, spelta, orzo e lino) in solchi superficiali, prodotti da aratri o zappe rudimentali, ed interrati dal continuo calpestio di maiali o pecore. Venivano coltivate anche grandi varietà di ortaggi su appezzamenti più piccoli resi produttivi grazie a sistemi di irrigazione come lo “shaduf” che consentiva di sollevare l’acqua dei canali, e allestiti giardini ricchi di essenze e fiori.

 

Anche la coltivazione della vite alimentava la produzione del vino, probabilmente rosato, che insieme alla birra d’orzo costituiva bevanda molto diffusa. Il sistema fluviale dei canali facilitava anche il trasporto dei prodotti nella fitta rete delle città e dei villaggi, compreso il materiale da costruzione e i blocchi di pietra per le innumerevoli durature architetture. E’ del tutto evidente quindi il contributo sostanziale dato da questa risorsa allo sviluppo di una civiltà tra le più evolute e complesse del mondo antico.

 

Fabrizio fattori

 

In copertina Foto di KHGraf da Pixabay 

 

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Fonte: parcosanrossore.org e Nautica Report
Titolo del: 21/05/2022 07:30

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