La nuova 'Corsa all'Oro', noduli di manganese in fondo al mare
di Fabrizio Fattori
di Fabrizio Fattori
L’uomo è da millenni predatore di risorse che hanno consentito l’evolversi delle sue civiltà ma al tempo stesso hanno innescato un progressivo ed inesorabile impoverimento delle stesse. Questo lo ha a sua volta spinto a ricercarne in ambiti sempre più complessi ed inaccessibili perpetrandone l’irreversibile scomparsa al punto da compromettere la sua stessa sopravvivenza.
Certo non siamo ancora alla totale scomparsa della nostra specie anche se già da tempo il nostro pianeta segnala sofferenze non debitamente considerate e la cui trascuratezza potrebbe in tempi relativamente brevi portare al compiersi del triste epilogo di noi tutti. Tra tutte le risorse in via di impoverimento alcuni giacimenti minerali di superficie manifestano un’ importante penuria e tutti i processi industriali ad essi collegati potrebbero arrestarsi definitivamente.
I noduli di manganese contengono significative tracce di rame, nichel, cobalto, e terre rare sempre più necessarie alle industrie della telefonia, della propulsione elettrica, delle armi e delle energie alternative solari ed eoliche. Si formano attraverso un millenario processo di sedimentazione dove temperatura dell’acqua, connessa strettamente ad attività vulcaniche sottomarine, e pressione della massa acquea sovrastante, assolvono ad un ruolo determinante.
La loro raccolta è affidata a sistemi di pompaggio che raschiando la superficie immagazzinano i noduli e rilasciano tonnellate di sedimenti che tornano a depositarsi sul fondo soffocando ogni forma di vita di cui , per altro ancora oggi, si conosce ben poco. Già da alcuni decenni la ricerca oceanica ha individuato estesi agglomerati sotto forma di noduli ricchi di minerali in corso di esaurimento superficiale, che si estendono per decine di chilometri quadrati sui fondali oceanici a volte a profondità altrettanto chilometriche.
Ed è su queste formazioni che si concentra l’attenzione della nuova industria estrattiva malgrado il considerevole impegno richiesto da questa attività e l’impatto devastante che si presume abbia sull’ecosistema oceanico. La nuova Zelanda ha avviato un progetto di sfruttamento dei noduli di manganese nelle acque dell’Oceano Pacifico prospicienti il variegato sistema insulare delle isole di Cook, innescando allarme in tutti coloro che hanno a cuore una delle aree più ricche di biodiversità.
Ma il valore di quei giacimenti, stimato in miliardi di dollari, finirà con avere il sopravvento su qualsiasi considerazione naturalistica. L’Autorità Internazionale per i Fondali Marini (ISA) agenzia collegata alle Nazioni Unite, ha già rilasciato diverse autorizzazioni per l’esplorazione dei fondali su ampie zone oceaniche anche in acque internazionali, a nazioni europee, Cina o altri paesi in via di sviluppo, e se i risultati ottenuti da queste esperienze esplorative saranno, com’è probabile, incoraggianti ci troveremo di fronte ad una nuova ed inarrestabile corsa all’oro con una concreta minaccia ad uno degli ecosistemi più fragili, dove condizioni di vita estreme, basse temperature e forti pressioni, hanno determinato lo sviluppo di forme di vita ancora in buona parte sconosciute cui probabilmente si dovrà rinunciare per questa ulteriore predazione umana.
Fabrizio Fattori
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