Tramonto di un paradiso terrestre
di Fabrizio Fattori
di Fabrizio Fattori
Gli ampi arcipelaghi del Pacifico che vanno dalle Figi alle isole Salomone, da Tahiti a Samoa e più a nord fino alle Hawai, hanno rappresentato una incredibile palestra per naviganti capaci, su fragili piroghe a bilanciere spinte da vele ad artiglio (triangolari con base concava) o a triangolo rovesciato (sprit sail), di connettersi tra loro e dar vita a una spettacolare cultura marinara, facilitata anche dall’uso di linguaggi simili.
E tutto questo in assenza di scrittura, compensata da una grande capacità di trasmettere tale conoscenza di generazione in generazione, anche con l’uso di miti, magie, invocazioni agli dei e primitive mappe fatte di legnetti e pietruzze. Processo iniziato migliaia di anni fa e rimasto intatto fino al XVIII secolo.
Le loro tecniche di navigazione, in particolare la navigazione controvento, la percezione istintiva della longitudine, la conoscenza astronomica delle stelle, il volo degli uccelli, il moto ondoso, l’odore del mare e la valutazione meteorologica delle variabili ambientali, rendeva questi marinai capaci di navigare in tutta sicurezza anche per lunghe distanze nella piena consapevolezza della loro posizione nell’oceano e della loro meta.
I nomi di Tupaia o Pialug sono stati ricordati nei diari di navigatori occidentali come marinai di grandi e sorprendenti capacità in grado di stupire per la conoscenza del loro mare. La Polinesia, la Melanesia e la Micronesia, così definite successivamente, comprendono migliaia di isole di varie dimensioni, tutte più o meno dotate di felice posizione climatica, ricche di risorse in buona parte spontanee, oltre alla bellezza e disponibilità delle loro abitanti, che le rendeva, e forse ancora oggi le rende, simili ad un immaginifico paradiso terrestre, se pur non privo di aberrazioni come sacrifici umani, cannibalismo e lotte fratricide.
Paradiso rimasto incontaminato sino all’arrivo dei primi navigatori occidentali che finirono per mutare profondamente le culture locali anche grazie alle mai esauste evangelizzazioni. Alle Hawai questo processo di scambio di conoscenze avvenne così in fretta che gli isolani, oltre a preferire i vistosi e strani abbigliamenti occidentali, abbandonarono quasi del tutto le loro tecniche di navigazione e divennero in poco tempo abili affaristi.
.jpg)
La morte di Cook - Not provided by uploader; archival photograph by Mr. Sean Linehan, NOS, NGS, Public domain, via Wikimedia Commons
A Tahiti i primi incontri furono all’insegna della reciproca diffidenza che nemmeno le blandizie delle isolane riuscì a rimuove e presto sfociarono in aperti sebbene temporanei conflitti. Come narrano i diari del capitano Samuel Wallis che con il suo “Dolphin” vi arrivò nel 1767. Nell’ultimo viaggio di James Cook iniziato nel 1778 con il “Discovery” e arrivato in una delle isole hawaiane si ebbe la conferma di quanto l’equilibrio tra diverse culture fosse fragile e Cook ne fece le spese venendo picchiato a morte senza una comprensibile valida ragione, almeno per i membri del suo equipaggio.
I quali inorridirono ulteriormente quando ricevettero a bordo la salma ridotta in pezzi. Negli anni successivi i rapporti si concretizzarono, il più delle volte, in collaborazioni commerciali o addirittura militari. In particolare Kamehameha, re locale con mire di conquista su tutto l’arcipelago, resosi conto della superiorità militare degli inglesi li coinvolse avvalendosi della loro flotta, dei loro cannoni e della loro capacità di costruttori di navi.
Ai primi del XIX secolo il re possedeva una flotta di circa venti navi in tutto e per tutto simili al naviglio occidentale. Flotta che permise di consolidare il proprio potere e di sviluppare autonomi commerci al seguito delle attività inglesi, americane e russe.
Tutti questi profondi cambiamenti stravolsero la loro cultura e trasformarono un’economia di sussistenza in una economia commerciale con gli oscillanti andamenti tipici di questo regime che determinava, tra l’altro, l’accumularsi di ricchezza in poche mani. Alcuni isolani ancora ricordano, per passa parola, il “Cleopatra”, fantastico panfilo in uso al figlio di Kamehameha, naufragato nel 1825 per le distrazioni di un equipaggio obnubilato dai bagordi.
Fabrizio Fattori
In copertina foto di Julius Silver da Pixabay
Ti Potrebbe Interessare Anche
Il mare della comunità
Il porto conosce due giornate diverse, ogni anno. Non le distingue il calendario, ma il respiro dell’aria e il modo in cui la città...
Regata oceanica: 18 miglia in 9 ore nella notte offshore
03:10 UTC. 27 nodi da Ovest. Prua 112°. J2 e un terzarolo in randa. Il log segna 18,4 nodi medi sull’ultima ora. 0,8 miglia recuperate sul battistrada,...
Nave Italia: Via col Vento porta 12 giovani a bordo dal 16 giugno
Nave Italia salpa dal porto di Brindisi il 16 giugno con a bordo dodici giovani per una navigazione pensata come intervento educativo e riabilitativo:...
Idrovolanti Trieste: il ritorno dopo 90 anni
1 aprile 1926: partirono i primi idrovolanti commerciali italiani. Oggi, a novant'anni di distanza, la rotta tra Idrovolanti Trieste e Torino è...
Storie di mare/ Suez non è solo un Canale, è memoria. Anche italiana
Ho seguito con particolare interesse l’incontro dedicato al Canale di Suez organizzato dall’Associazione Nazionale Marinai d’Italia di...
AIL & ARIA: vela, memoria e rinascita in mare
La bussola originale del 1935 giace sul tavolo come se avesse appena smesso di battere; il metallo è scurito, i numeri consumati, la lancetta punta...
Ocean Globe Race 2027: il ritorno al mondo senza autopiloti
Niente GPS, niente autopiloti: nel 2027 l’Ocean Globe Race torna a misurare il coraggio umano contro l’immenso degli oceani, restando fedele...
The Ocean Race Atlantic: Clapcich annuncia l'equipaggio
The Ocean Race Atlantic torna a muovere i venti sull’Atlantico con una presentazione ufficiale del Team Francesca Clapcich Powered by 11th Hour Racing,...
Missione Naxos 2026: Suzuki e Club del Gommone Milano
La Missione Naxos 2026 parte da una scena concreta: al sorgere del sole, il Zar Formenti Naxos 23 lascia Varazze. A bordo, il Suzuki DF200AP è pronto...