Storie di mare/ Suez non è solo un Canale, è memoria. Anche italiana
Tra ricordi di bordo, piloti procidani e la perdita della centralità marittima italiana
Tra ricordi di bordo, piloti procidani e la perdita della centralità marittima italiana
Il Canale di Suez non è solo una via d'acqua: è un archivio di esperienze, decisioni geopolitiche e presenza italiana. Dalle traversate delle petroliere alle vocazioni dei piloti procidani, il racconto mette in luce continuità generazionali e la necessità di recuperare una cultura marittima nazionale.
Ho seguito con particolare interesse l’incontro dedicato al Canale di Suez organizzato dall’Associazione Nazionale Marinai d’Italia di Carmagnola con il giornalista e saggista Marco Valle. Ascoltando le sue riflessioni, mi sono ritrovato ancora una volta a navigare con la memoria verso quel sottile nastro d’acqua che per generazioni di marinai ha rappresentato molto più di una semplice via di comunicazione tra Mediterraneo e Oriente.
Per chi ha trascorso parte della propria vita sul mare, esistono luoghi che non appartengono soltanto alla geografia. Diventano frammenti dell’anima. Schegge di memoria che resistono al tempo, capaci di riaffiorare improvvisamente attraverso un odore, una luce notturna, il rumore sordo delle macchine o il silenzio di una guardia sul ponte.
Suez è uno di quei luoghi. Per chi il mare lo ha soltanto osservato da terra, il Canale può apparire come una straordinaria opera ingegneristica scavata nel deserto. Per chi invece lo ha attraversato decine di volte, rappresenta una soglia tra mondi diversi, il punto in cui il Mediterraneo finisce e comincia davvero l’Oriente.
Durante i miei anni di navigazione anch’io attraversai più volte il Canale imbarcato sulle petroliere della Getty Oil Company. Erano gli anni delle rotte petrolifere tra Golfo Persico, Delaware City, Giappone, San Francisco e Mediterraneo. Anni nei quali Suez costituiva il cuore pulsante dei traffici energetici mondiali.
Quando arrivavamo a Port Tewfik, all’imboccatura meridionale del Canale, la nave sembrava quasi rallentare il proprio respiro. Dopo giorni di navigazione oceanica entravamo improvvisamente in una dimensione sospesa, dove il mare lasciava spazio al deserto e il silenzio delle rive accompagnava lentamente il passaggio dei convogli.
Di notte il Canale possedeva un fascino difficile da spiegare a chi non lo abbia vissuto. Le luci isolate delle postazioni lungo le sponde, i segnali luminosi riflessi sull’acqua scura, il ponte immerso in una concentrazione quasi assoluta. Per gli ufficiali di guardia erano ore di continua attenzione, ma anche momenti nei quali la mente vagava lontano.
In mare si impara presto che la navigazione non è soltanto tecnica e disciplina. È anche meditazione.
Ascoltando oggi le riflessioni di Marco Valle sul ruolo geopolitico di Suez, ho ritrovato quella stessa consapevolezza che noi marittimi percepivamo già allora vivendo quotidianamente il mare: le grandi rotte marittime governano ancora il mondo.
Il Canale di Suez non è soltanto una scorciatoia commerciale. È uno dei cardini della storia contemporanea. Dalla sua inaugurazione nel 1869 fino ai giorni nostri, attorno a quel passaggio si sono intrecciati commerci, guerre, rivoluzioni, strategie energetiche e ambizioni imperiali.
Ed è significativo ricordare, come sottolinea Marco Valle nel suo libro “Suez. Il canale, l’Egitto e l’Italia. Da Venezia a Cavour, da Mussolini a Mattei”quanto forte sia stata la presenza italiana nella storia del Canale. Il progetto originario si deve infatti all’ingegnere Luigi Negrelli, mentre la marineria italiana — compresa quella procidana — contribuì fin dagli inizi alla vita operativa di Suez, fornendo piloti ed esperti uomini di mare destinati a lasciare un segno importante nella navigazione del Canale.
I procidani, uomini di vela abituati ai grandi traffici mediterranei, seppero adattarsi rapidamente alla nuova epoca del vapore. Molti di loro divennero piloti del Canale di Suez, contribuendo con la loro esperienza alla sicurezza della navigazione in uno dei punti più delicati del traffico mondiale.
Quella tradizione marinara appartiene anche alla mia generazione. Noi vivevamo il mare non come semplice professione, ma come parte integrante della nostra identità. Ogni transito a Suez segnava idealmente l’ingresso in un’altra dimensione della navigazione: il Mar Rosso, Aden, il Golfo Persico, Mina Saud, le lunghe traversate verso l’Estremo Oriente o verso l’America.
Erano rotte dure, impegnative, spesso percorse in condizioni climatiche estreme. Ma proprio lì si formavano gli uomini di mare.
Oggi il nome di Suez torna spesso sulle cronache soltanto in occasione di incidenti o tensioni internazionali, come accadde con la nave container Ever Given nel marzo 2021. Eppure il Canale continua a rappresentare molto più di un semplice punto di passaggio commerciale: è uno specchio degli equilibri mondiali.
Per questo ho trovato particolarmente significativo ricordare un episodio che lega direttamente la famiglia Valle alla storia stessa del Canale. Nella storia di Suez si registrano due grandi blocchi: quello del 1967, durato fino al 1975 dopo la Guerra dei Sei Giorni, e quello più recente provocato dall’incaglio della Ever Given. E proprio al comando di una delle ultime navi che attraversarono il Canale prima della chiusura del 1967 si trovava il Capitano Superiore di Lungo Corso Vincenzo Valle, padre di Marco Valle.
Un dettaglio che può apparire marginale a chi osserva il mare da lontano, ma che per chi conosce la vita marinara assume un significato profondo. Perché il mare è fatto anche di queste continuità silenziose: padri e figli, comandanti e allievi, uomini che appartengono a generazioni diverse ma condividono la stessa geografia dell’anima.
Riascoltando oggi questi temi provo una certa amarezza nel constatare quanto l’Italia abbia progressivamente smarrito la propria cultura marittima. Eppure siamo una penisola proiettata nel Mediterraneo, al centro delle rotte tra Europa, Africa e Asia.
Noi marittimi degli anni Cinquanta e Sessanta questa centralità la vedevamo ogni giorno. La percepivamo attraversando Gibilterra, Suez, il Golfo Persico o gli oceani. Capivamo che il mare non era periferia, ma il centro stesso della storia economica e politica del mondo.
Ogni volta che ripenso ai miei passaggi nel Canale rivedo la Massachusetts Getty avanzare lentamente tra le rive desertiche, il ponte illuminato appena, gli ordini secchi durante la guardia, il silenzio della notte e poi l’aprirsi improvviso del Mar Rosso verso l’Oriente. E comprendo ancora una volta che certi luoghi non appartengono soltanto alla memoria dei singoli uomini.Appartengono alla memoria del mare.
Non è un caso che figure come Enrico Mattei avessero compreso con largo anticipo il valore strategico del Mediterraneo, delle rotte energetiche e dei rapporti con il mondo arabo. Mattei aveva intuito che il futuro economico e politico dell’Italia passava anche attraverso il controllo delle fonti energetiche e una presenza autonoma nel grande gioco mediterraneo. In quella visione il Canale di Suez rappresentava un nodo fondamentale.
Oggi, al contrario, sembra quasi che l’Italia abbia smarrito la consapevolezza della propria natura marittima. La stessa scomparsa del Ministero della Marina Mercantile ha rappresentato negli anni non soltanto una modifica amministrativa, ma il segnale simbolico di un progressivo disinteresse verso il mare, i porti, la navigazione e la cultura marinara.
Negli ultimi anni qualcosa sembra lentamente muoversi anche sul piano istituzionale. Non è casuale che nel dibattito sviluppatosi attorno al mare e al Mediterraneo si sia tornati a parlare di politiche marittime nazionali, tema richiamato anche da Marco Valle nel riferimento al lavoro svolto dal ministro Nello Musumeci.
Si tratta di un percorso tutt’altro che semplice. Dopo la scomparsa del Ministero della Marina Mercantile, molte competenze legate al mare sono state progressivamente disperse tra diversi dicasteri, enti e strutture amministrative, spesso privi di una visione organica comune. Porti, navigazione, logistica, pesca, cantieristica, sicurezza marittima ed economia del mare finiscono così per sovrapporsi in una frammentazione burocratica che negli anni ha alimentato inevitabili conflitti di competenza e piccole difese di potere difficili da superare.
Anche per questo il tentativo di restituire centralità strategica al mare assume oggi un significato che va oltre il semplice riassetto amministrativo. Significa recuperare una cultura nazionale marittima che l’Italia sembra avere progressivamente smarrito pur essendo, per storia e geografia, una naturale piattaforma mediterranea.
Un segnale importante, perché l’Italia potrà recuperare un ruolo centrale soltanto tornando a pensarsi come autentica nazione marittima.
Eppure il futuro continua a passare dal Mediterraneo. Noi marittimi degli anni Cinquanta e Sessanta questa centralità la vedevamo ogni giorno…
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