Storie di mare e di pescatori
di Paolo Valentino
di Paolo Valentino
Tra Scilla e Cariddi, i fratelli Arena difendono la caccia al pesce spada, un mestiere unico e millenario che rischia di morire.
Si salpa con loro a bordo della feluca Simone, per scoprire i segreti di questa tradizione (e perché sta sparendo)

Tra maggio e giugno le zone di pesca più favorevoli alla pesca del pesce spada sono quelle antistanti alla costa calabrese - Da www.strettometeo.it
Prima che lo spazio tra Scilla e Cariddi diventi un'immensa e liquida collina di Spoon River della più antica lotta tra l'uomo e il mare, sono i fratelli Arena a innalzare dallo Stretto un voce di protesta: la caccia al pesce spada non deve morire.
Che non è ancora un epitaffio sol perché loro, come avviene in famiglia da quattro generazioni, insistono ad andare ogni mattina all'alba al porto di Messina e salpare con la loro Simone, una delle ultime feluche a motore rimaste in circolazione, per rinnovare il rito di una tradizione unica e millenaria, cantata fin da Omero: la cattura con l'arpione del più grande, elegante e prelibato Teleosteo del Mediterraneo, non per nulla chiamato imperatore dalla gente ispanica.

Le barche sdibite alla pesca del pesce spada
Veniteci senza pensare a una gita turistica, perché dieci ore in mare su è giù tra Scilla e Cariddi non sono esattamente una passeggiata. Piuttosto, come dice Antonio, l'amico antiquario che ci ha trovato il contatto, la Simone è un luogo Zen, perfetto per pensare e ritrovare lo spirito. Seduti su una delle poltroncine attrezzate sul cassero. O bruciati dal sole e sferzati dal vento, in piedi sulla passerella di 45 metri in bilico sulle onde, in fondo alla quale Nino Arena vive in assoluta solitudine la pesante responsabilità del «lanzaturi», l'uomo degli arpioni, le aste da quattro metri a doppia punta, che è pronto a scagliare contro quelle sagome inconfondibili e sfuggenti in movimento appena sotto il pelo dell' acqua.
Veniteci con qualche rudimento informativo su una pesca che in duemila anni non è poi cambiata molto dalla descrizione fattane da Strabone. Spariti luntri e feluche, le antiche barche stanziali ormeggiate a poche centinaia di metri dalla riva da cui l'avvistatore indicava il passaggio e le piroette del pesce alle lance a remi con i fiocinieri a bordo, le passerelle motorizzate ne sono eredi legittimi.

Unpescatore si arrampica sulla piattaforma posta in cima all'albero
Chiuso nel metro quadrato della piccola piattaforma posta in cima all' albero, che è poi un traliccio di ferro alto 33 metri, Franco Arena è comandante, avvistatore e motorista della barca. Che non può muoversi a suo piacimento, ma deve obbedire a regole centenarie, mai scritte e sempre osservate. Come spiega l'ex magistrato Rocco Sisci, massimo esperto della disciplina, la costa messinese, dalla foce del torrente Annunziata fino a Punta Faro, è infatti divisa in 21 Poste.
In ognuna stazionavano una volta due feluche e quattro barche a remi. Ma oggi che di passerelle a motore ne sopravvivono si e no una decina, ognuna di esse ha diritto a muoversi in lunghezza nello spazio compreso tra due stazioni e in profondità fino a una immaginaria linea retta che parte da Palmi in Calabria e passa per Capo Faro. Solo quando il pesce spada viene avvistato, allora Franco può pilotare la Simone per inseguirlo fuori zona, a condizione di averlo sempre in contatto visivo.

Avvistamento del pesce spada e lancio della fiocina
Non sono giorni felici questi, per la caccia all'imperatore. È da luglio che se ne intercettano e catturano pochini. Una stranezza sulla carta, visto che la temperatura del mare dovrebbe essere ideale in questa stagione. «No, ci deve essere qualcosa nell'acqua, qualcosa che disturba il pesce. Lo Stretto non ha il suo tipico colore blu profondo», dice Nino. Così i fratelli Arena devono accontentarsi di gigantesche aguglie imperiali, meravigliosi pesci azzurri di dieci, dodici chili di peso, non meno complicati da catturare e per i quali Nino usa un'asta con quattro arpioni più piccoli.
Ma non bastano certo a reggere i costi delle passerelle, che solo per uscire regolarmente consumano 2 mila euro di carburante a settimana. Eppure la più antica e sostenibile forma di pesca del Mediterraneo continua a non ricevere alcun incentivo pubblico. «Basterebbe una sovvenzione per il gasolio. Ma fin quando ce la facciamo, noi continueremo», assicura Pippo Arena, con la fierezza disperata di chi si sente erede di una tradizione, ma teme di dovere prima o poi scriverne l'epitaffio.

Franco Arena mima il lancio dell'arpione - Foto da www.erodoto108.com
Veniteci anche con la buona coscienza che questo è pur sempre l'unico modo «giusto» di cercare lo spada, sterminato da anni di abusi delle spadare, le reti a maglia larga oggi proibite, ma probabilmente ancora usate illegalmente sotto un altro nome. Veniteci, sapendo che la libera donazione che farete serve a tener vivo un piccolo mito (Franco Arena, 337.96.79.39). Poi naturalmente non dimenticate il resto. I ristoranti dove le barche come la Simone portano il loro pescato.
Come Il Boccaccio (0965.75.91.73) a Villa San Giovanni. O la Trattoria Mancuso (090.39.12.68), la Trattoria del Lago (090.39.22.75) e quella di Lilla Currò, tutte a Ganzirri. E poiché la giornata sarà stata molto intensa e l'abbraccio finale con i fratelli Arena affettuoso e dal retrogusto amaro, concedetevi un'indulgenza. E gustatevi una cremolata di fragole da Oscar al Caffè Irrera su Piazza Cairoli a Messina (090.67.38.23). Commuoverebbe anche il pesce spada.
Paolo Valentino
Testo tratto da I Tempi Liberi, Corriere della Sera
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