L'Artide una delicata questione geopolitica
di Fabrizio Fattori
di Fabrizio Fattori
I vasti territori che si trovano in prossimità dell’ “Orsa settentrionale,” e dalla quale derivano il proprio nome (arktikos), pongono oggi un delicato problema di controllo territoriale che l’accelerazione del riscaldamento climatico ha reso più urgente.
Basti pensare che lo scioglimento inarrestabile della calotta polare consente già oggi di poter navigare ad imbarcazioni di maggior tonnellaggio, rispetto a quanto reso possibile dalla profondità del canale di Panama, attraverso il passaggio a nord-ovest canadese abbreviando il percorso Europa–Cina di alcuni giorni e consentendo notevoli risparmi in termini di trasporto, carburante e inquinamento e questo per diverse settimane l’anno.
Queste aree non hanno subito il processo della colonizzazione ottocentesca e sono ancora oggi considerate terre disponibili regolate da accordi internazionali che coinvolgo i paesi dell’area (gli “Artic five” con aggiunta di altri, alcuni come osservatori). Gli interessi di questi stati convergano sulla necessità di proteggere le proprie rotte commerciali, i transiti militari e, naturalmente, il controllo delle risorse rivelatesi sempre più concrete (gas naturale e petrolio prevalentemente).
Tali interessi configgono e spingono i vari paesi a forzare le loro presunte sovranità, al di là degli accordi. I paesi più potenti, non solo in termini economici e militari, ma soprattutto sulla base delle capacità tecniche che consentono loro di operare massicciamente su territori inospitali e fortemente problematici, si impongono.
La Russia, ad esempio, dispone di una ragguardevole flotta di rompighiaccio (circa 30) alcuni dei quali a propulsione nucleare capaci di spezzare calotte spesse tre metri (gli USA attualmente dispongono di un solo rompighiaccio il “Polar Star”).
Questo ha consentito loro di insediarsi sui territori al nord del circolo polare artico con vere e proprie città (Murmansk 300.000 abitanti) e di rendere inequivocabili le loro pretese nell’area piantando a oltre quattromila metri, sul fondale marino, una loro simbolica ma indistruttibile bandiera al titanio. E se questo non bastasse la Russia ha messo in atto una esercitazione militare (2014) forte di migliaia di uomini e mezzi terrestri, aerei e navali.
Questa manifestazione di potenza non ha pregiudicato le velleità nazionali degli altri stati interessati, che sulla base di cavilli geo giuridici e a volte politici, rivendicano, a loro volta, quanto attribuibile alle loro piattaforme continentali mirando ad ampliare la propria ZEE (Zona Economica Esclusiva) dalle 200 miglia previste dalla Convenzione ONU sul diritto del mare (UNCLOS) fino, in alcuni casi, a 350 miglia.
Alcuni di questi paesi, inoltre, come Canada, Norvegia e Danimarca hanno rafforzato tali pretese potenziando la loro capacità militare artica.
E’ auspicabile che nella considerazione che tali territori presentino complessità ambientali e morfologiche tali da rendere necessaria la riduzione dei livelli di conflittualità tra gli stati e che, viceversa, debbano aprire ad accordi di collaborazione, come per altro già avvenuto nel campo della ricerca scientifica, che garantiscano un equo utilizzo delle risorse nel pieno rispetto di un ecosistema unico e fragilissimo.
Fabrizio Fattori
In copertina foto di jcrane da Pixabay
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