Kamikaze, provvidenziale 'Vento Divino'
di Fabrizio Fattori
di Fabrizio Fattori
I mongoli imperversarono dall’Asia centrale in buona parte del continente euro-asiatico dando vita a una delle dinastie territoriali più ampie e longeve grazie a Kublai Khan e al suo potente ed efficientissimo esercito.
La sua avidità ed ambizione lo portarono a considerare la conquista del Giappone come possibile e facilmente realizzabile. La bramosia delle sue favoleggiate ricchezze di oro e perle, cui i racconti di Marco Polo avevano dato fantasiosa certezza, lo convinsero ad un primo tentativo di conquista nel 1274 non prima di aver intrapreso vie diplomatiche.
Malgrado l’esperienza bellica del Gran Kan fosse prevalentemente terrestre egli fu in grado, grazie anche al contributo del suo vassallo coreano, di allestire una flotta di circa 900 navi con imbarcati migliaia di uomini (circa 30.000). Per tener fede alla sua spietata e crudele fama alcune navi mongole erano state “decorate” con cadaveri femminili giapponesi inchiodati alle fiancate.
L’obiettivo era la baia di Hakata che malgrado la sua quasi totale distruzione riuscì a resistere e a mettere in fuga gli assalitori. Nel 1280 venne tentata la seconda conquista. Hakata era stata dotata di una possente muraglia lunga parecchi chilometri che abbracciava l’intera baia, pronta a resistere ad un esercito ancora più potente e determinato del precedente.
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Kublai Khan
Una coraggiosa azione di uno dei tanti eroi distintosi nella resistenza anti mongola di nome Kawano portò alla cattura di uno dei generali imbarcato sull’ammiraglia mongola oltre all’uccisione di uno dei guerrieri più prestigiosi dell’esercito nemico. Kawano venne poi idolatrato come divinità coerentemente con l’origine divina dei regnanti giapponesi, ma malgrado le sue eroiche azioni non si riuscì ad alleggerire la presenza degli invasori.
Alcune isole dell’arcipelago vennero fatte oggetto di forse, trai i primi bombardamenti della storia militare, con sfere esplosive di ceramica, piene di schegge di ferro, catapultate direttamente dalle navi. Poi alcune casualità ed errori tattici di leadership cambiarono la realtà della battaglia:
Una pestilenza sconvolse l’esercito mongolo causando migliaia di morti. La scelta di creare una linea difensiva incatenando le navi tra loro, risultò inefficace ed invece propizia alle piccole e agili imbarcazioni giapponesi. Ma soprattutto lo scatenarsi di un terribile tifone con potenti venti che spinsero la flotta nemica, così incatenata, ad infrangersi sulle coste rocciose causando miglia di morti e centinaia di affondamenti.
Il Kamikaze o “vento divino” sollecitato dalle preghiere dei monaci shintoisti della corte imperiale di Kyoto aveva fatto il proprio dovere. Di tutto questo rimane memoria non solo nel racconto, sempre un po’ fantasioso, di Marco Polo, ma soprattutto nelle indagini archeologiche svolte nelle acque interessate dalla battaglia dove vennero recuperate armi, frecce, spade, resti di armature in cuoio oltre ai residui di legno di canfora, essenza prediletta per le costruzioni navali, e alla certezza che la flotta del Gran Kan non fosse poi il massimo in termini di efficienza bellica.
Il termine “Kamikaze” venne usato di nuovo circa sette secoli dopo ad opera della aviazione imperiale giapponese alla cui efficienza venne posto definitivamente fine con un nefasto vento nucleare.
Fabrizio Fattori
Leggi anche: Kubilai Khan e il vento divino di Tealdo Tealdi
In copertina Kamikaze il vento divino foto da www.vanillamagazine.it
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