In entrambe, la città si raccoglie in chiesa al mattino e affida al mare le immagini sacre e ricorda i caduti con corone d’alloro: rituali che uniscono memoria, identità e lavoro della gente di mare, regolati dalla presenza discreta della Capitaneria.
Il porto conosce due giornate diverse, ogni anno.
Non le distingue il calendario, ma il respiro dell’aria e il modo in cui la città scende verso il mare.
In una di quelle giornate il passo è più raccolto, quasi disciplinato, come quando si va incontro a un dovere antico.
Nell’altra è più aperto, più largo, come quando ci si muove verso una festa che appartiene a tutti.
Sono due giornate distinte, lontane tra loro nel tempo: la seconda domenica di maggio, dedicata a San Francesco di Paola, patrono della gente di mare e la prima domenica di luglio, quando Nostra Signora di Bonaria richiama al porto non solo la città, ma l’intera Sardegna.
Eppure il gesto è lo stesso.
Al mattino la città si raccoglie in chiesa, nel pomeriggio si affida al mare, e la sera riaccompagna le immagini sacre al loro luogo.
È lo stesso mare, ma non è lo stesso sentimento.
Maggio ha il passo del mestiere e della memoria, luglio quello dell’appartenenza e del popolo.
Il porto, in quei giorni, si prepara fin dall’alba. Le motovedette della Capitaneria prendono posizione, le barche si addobbano con le bandiere, le cime vengono sistemate, i motori controllati. Il mare, immobile nelle prime ore, sembra attendere.
Quando la città si sveglia, trova già tutto pronto.
Le famiglie scendono verso il porto a piccoli gruppi. Gli anziani camminano lenti, i bambini guardano le barche decorate, i giovani si muovono con curiosità e rispetto. Le voci si intrecciano, ma senza rumore: è un giorno diverso che parte da una chiesa piccola, raccolta sotto i portici di via Roma, nel cuore del quartiere Marina.
È la chiesa di San Francesco di Paola, anticamente detta San Francesco al Molo, officiata dai frati Minimi e affacciata direttamente sul porto, come a custodire il rapporto antico tra la città e il mare.

Dedicata al santo, compatrono di Cagliari dal 1907, questa chiesa porta con sé anche una memoria civile: a San Francesco fu attribuito il miracolo che pose fine alla grande siccità del 1739 e da allora la città fece voto di rinnovare ogni anno la celebrazione con la messa solenne e la processione a mare nel mese di maggio.
Da quei portici si guarda il porto come lo guardavano un tempo gli abitanti della Marina, quando quel rione era il villaggio dei pescatori e dei marinai, e il mare era insieme lavoro, speranza e destino.
Da qui prende forma una devozione che appartiene soprattutto alla gente di mare: piloti del porto, pescatori, diportisti, allievi del Nautico, ufficiali e marinai delle navi in porto, uomini della Capitaneria, associazioni marinare, naviganti.
Insieme a loro arrivano gli abitanti del quartiere, i vecchi della Marina, quelli che ricordano quando da quei portici si partiva per il mare e si tornava con la speranza o con la fatica.
Oggi quel rione marinaro esiste soprattutto nei ricordi, ma nel giorno del santo tutti si ritrovano.
Entrano tutti nella chiesa dove molti di loro da ragazzi avevano pregato, guardano il simulacro custodito sull’altare e rivedono una parte della loro vita. Per questo la festa ha un tono particolare, più raccolto, più intimo. Non è soltanto devozione: è ritorno. Alle dieci, la chiesa si riempie.
La messa solenne raccoglie la comunità e, durante la funzione, risuona la preghiera del marinaio, semplice e antica, fatta di parole che vengono da notti di guardia e da rotte lontane.
Al termine della messa, la città si disperde tra le strade del quartiere.
Le ore centrali scorrono lente, come una pausa necessaria.
Nel pomeriggio, alle diciotto, il porto torna a riempirsi.
La processione di San Francesco è immediata, quasi naturale: dalla chiesa si attraversa la strada e si è già in porto. Il santo sale sull’imbarcazione, e il corteo prende forma tra le barche che lo attendono.
Le unità della Capitaneria guidano i movimenti, stabiliscono le distanze, accompagnano il corteo con discrezione. Tutto si svolge con ordine e rispetto.
Le barche si muovono come un unico corpo. Le sirene suonano a intervalli, i motori restano bassi, le bandiere si muovono nel vento.
Dalle banchine la gente osserva in silenzio.
Qualcuno si segna, qualcuno prega, qualcuno guarda soltanto.
Quando il corteo raggiunge il punto stabilito al largo, il rombo di un elicottero si avvicina dall’alto. Insieme, dall’aria e dal mare, vengono lanciate le corone d’alloro. Scivolano sull’acqua, restano a galleggiare come memoria dei marinai che non sono tornati.
Per un momento tutto si ferma. Poi il corteo riprende e rientra lentamente in porto.
Al ritorno, il simulacro viene riaccompagnato nella chiesa di via Roma.
La folla segue il santo fino all’ingresso, chiudendo così il percorso iniziato al mattino.
È una giornata che appartiene al porto, alla sua storia, alla sua gente.
Diversa è la giornata di luglio.
Nostra Signora di Bonaria non appartiene soltanto al porto, ma all’intera Sardegna. Il suo santuario domina Cagliari dall’alto del colle che si apre sul Golfo degli Angeli, come un punto di riferimento per chi arriva dal mare e per chi al mare ha affidato la propria vita.
La Basilica di Bonaria è il principale santuario mariano dell’isola. Accoglie, in un unico complesso, il santuario trecentesco di origine gotico-catalana e la grande basilica iniziata nel Settecento per ospitare un numero sempre crescente di fedeli, completata solo dopo i danni subiti durante i bombardamenti del 1943. Il tutto è unito al convento dei Padri Mercedari, custodi della devozione e della memoria.
La storia di Bonaria nasce dal mare. La tradizione racconta che il 25 marzo 1370 una nave spagnola, sorpresa da una tempesta, gettò in mare parte del carico. Una cassa arrivò sulla spiaggia di Cagliari e, nel momento in cui toccò l’acqua, la tempesta si placò. Quando fu aperta, apparve la statua lignea della Madonna con il Bambino, con una candela ancora accesa: un segno che i marinai riconobbero subito come protezione e presenza.
Da allora quella Madonna divenne la protettrice dei naviganti e nel tempo, la Patrona Massima della Sardegna.
Il suo nome attraversò il mare insieme ai marinai: quando nel 1536 venne fondata la città di Buenos Aires, furono proprio marinai sardi e liguri a proporre di darle il nome di “Buen Ayre”, in onore di Nostra Signora di Bonaria. Ancora una volta, il mare portava con sé la devozione.
Il santuario originario, costruito nel XIV secolo dagli Aragonesi come cappella fortificata, fu il primo esempio di architettura gotico-catalana in Sardegna. Intorno ad esso, nei secoli, si sviluppò il complesso attuale, con la grande basilica e l’imponente scalinata che collega il sagrato al viale sottostante, aprendo la vista sul golfo.
Nel chiostro del convento, il museo conserva ancora oggi la cassa del ritrovamento e numerosi modelli di navi offerti come ex voto dai marinai: segni concreti di un rapporto mai interrotto tra la Madonna e il mare.
Da quel colle, ogni anno, la Madonna scende verso il porto.
E qui si coglie la differenza con la processione di San Francesco da Paola.
San Francesco, dalla chiesa di via Roma, attraversa la strada ed è subito in porto: la sua è una processione breve, diretta, come il rapporto quotidiano dei marinai con il loro lavoro.
Bonaria, invece, scende dall’alto del colle. Il suo percorso è più lungo, più ampio, più solenne. Attraversa la città, raccoglie la gente lungo il cammino, si apre al golfo. Alle dieci, la Basilica si riempie. Arrivano fedeli da tutta la Sardegna, famiglie, pellegrini, marinai e cittadini. La città si allarga, si fa popolo.
Dopo la messa, le ore centrali scorrono lente sotto il sole dell’estate.
Nel pomeriggio, alle diciotto, la processione prende forma e scende verso il mare. Il corteo raggiunge il porto e si dispone sulle imbarcazioni.
Le unità della Capitaneria regolano i movimenti, come nel giorno di maggio, ma l’ampiezza del corteo è maggiore. Il mare si riempie di imbarcazioni, di colori, di suoni.
Quando il corteo raggiunge lo specchio d’acqua davanti alla Basilica, si ripete il gesto antico: dall’elicottero e dall’imbarcazione che porta la Madonna vengono lanciate le corone d’alloro. Il mare accoglie il ricordo dei caduti e dei dispersi.
Anche qui il silenzio scende su tutto. Poi, lentamente, il corteo rientra.
Al ritorno, l’immagine viene riportata in Basilica. La folla la accompagna lungo la scalinata, chiudendo il ciclo iniziato al mattino.
È una giornata che non appartiene solo al porto, ma a tutta la Sardegna.
Due giornate diverse, a distanza di settimane, eppure costruite sullo stesso gesto: raccogliersi a terra e poi affidarsi al mare.
Due nomi, due immagini sacre, ma un solo orizzonte.
In quelle due giornate il mare non è soltanto uno spazio fisico. È memoria, identità, continuità.
La Capitaneria, con la sua presenza discreta, garantisce ordine e sicurezza, custodendo un rito che appartiene alla comunità. Le barche, i marinai, i cittadini, ciascuno nel proprio ruolo, partecipano a qualcosa che li supera.
Al tramonto, quando tutto si conclude, il porto torna al silenzio.
Le luci si riflettono sull’acqua, le barche sono ferme, le voci si allontanano. Rimane il suono leggero dell’acqua contro le murate.
È lo stesso suono di sempre, ma dopo queste giornate sembra diverso. Per due giorni, la città ha ritrovato se stessa nel mare.
E il mare, ancora una volta, ha ricordato agli uomini che non si parte soltanto per andare lontano.
Si torna anche per riconoscere da dove si viene.
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