La morte degli iceberg ed il futuro del pianeta
di Fabrizio Fattori
di Fabrizio Fattori
Tra gli allarmi che la scienza del clima lancia ormai da anni, uno riesce ad avere una maggior risonanza stante la evidente fisicità dei fenomeni: lo scioglimento dei ghiacci ed il conseguente ed inevitabile innalzamento dei mari.
A fine febbraio la piattaforma antartica Brunt ha visto staccarsi dal suo corpo una consistente porzione di circa 1.270 kmq pari all’estensione del comune di Roma. L’iceberg, denominato A74, ha impiegato due anni a compiere il completo distacco ed ad iniziare il lento movimento verso nord che lo porterà ad una lenta distruzione.
Lo stesso A68 staccatosi nel 2017 ed avente una superficie cinque volte più ampia (5.800 Kmq), ha terminato proprio in questi giorni la sua effimera esistenza. Grande come la Liguria ha impiegato oltre quattro anni a percorrere migliaia di km in direzione nord verso la isole Sandwich e la Georgia del sud, iniziando una inesorabile frammentazione sotto la spinta delle correnti, del moto ondoso, del vento e dall’ aumento della temperatura.
Monitorato, sin dal primo avvistamento, tramite satellite e producendo una consistente mole di dati che il National Ice Center americano ha in corso di analisi; l’A68 ha trovato la sua fine in quello che viene definito il “cimitero degli iceberg” dove queste imponenti masse di ghiaccio si incagliano sui bassi fondali e iniziano la loro terminale agonia già ridotti in, peraltro consistenti, frammenti.
Sia la navigazione marittima che l’alterazione violenta dell’ecosistema della zona sono state evitate ed il nutrimento delle folte colonie di pinguini è stato garantito. In particolare quest’ultimo evento ha tenuto in grande apprensione scienziati, naturalisti e appassionati che hanno dato vita sui social media ad ipotesi e considerazioni.
Anche se questi fenomeni attengono, in parte, al naturale evolversi delle masse artiche che sotto l’ispessimento delle superfici dovute alle copiose nevicate e alle conseguenti pressioni, cercano un loro equilibrio, è innegabile che l’innalzamento delle temperature ambientali ed oceaniche contribuisca a determinare la formazione di idrofratture che portano al totale distacco di masse, a volte, molto consistenti.
Il fenomeno della creazione di iceberg comporta una perdita di circa sessanta miliardi di tonnellate di ghiaccio ogni anno che contribuiscono all’innalzamento dei livelli della superficie marina, unitamente all’aumento delle dimensioni delle molecole dell’acqua dovuto all’innalzamento della temperatura.
Le ipotesi, per alcuni ottimistiche, dell’IPCC (gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite) prevede l’innalzamento medio di un metro nel 2100, il che comporterebbe la quasi totale scomparsa di molti atolli del Pacifico e l’allagamento di molte città costiere, disastro di fronte al quale ancora non si hanno soluzioni efficienti.
Fabrizio Fattori
In copertina Foto di Free-Photos da Pixabay
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