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L段sola di Ata: i saggi sopravvivono

L段sola di Ata: i saggi sopravvivono

di Fabrizio Fattori

La storia dell’uomo è ricca di episodi dove il bene ed il male si confrontano inconciliabilmente agli estremi di due realtà reciprocamente incomprensibili. 

 

E se è vero che il male, a volte, affiora anche nei migliori se ben “istruiti” da ideologie, nazionalismi e interessi di parte, spesso le condizioni più dure sollecitino solidarietà e collaborazione, buon senso e saggezza tutte finalizzate alla sopravvivenza di se e degli altri.

 

Il naufragio di sei ragazzi su un isola deserta dell’arcipelago di Tonga nel giugno del 1965 e rivissuto in un testo di recente pubblicazione ad opera di Rutger Bregman (Humankind…), ne è una significativa prova. L’isola di Ata dove i sei approdarono dopo otto giorni alla deriva su di un’imbarcazione resa ingovernabile dai marosi, è poco più di uno scoglio che si erge sul mare per qualche centinaio di metri.

 

Decisamente non ospitale, anche se abitato in passato da tribù frugali. La giovane età dei naufraghi molto probabilmente fece affiorare il miglior spirito di collaborazione e garantì la vita a tutti e sei per ben quindici mesi. Adolescenti ben educati dal loro collegio di provenienza, privi di quel sovraccarico socio culturale che è spesso alla base di soverchierie, violenza  ed atrocità, diedero vita ad una micro comunità di pari senza conflitti e competizioni. Intorno ad un fuoco perennemente acceso organizzarono le attività di caccia e pesca.

 

Esplorarono l’isola fino ai resti dell’antico insediamento umano dove, fortunosamente sopravvivevano polli e galline, generazioni residue di vecchi allevamenti. Pesci e volatili selvatici, uova, gli scarsi prodotti di un piccolo orto, l’acqua piovana e quella di una modesta sorgente trovata nell’interno dell’isola consentirono la loro sopravvivenza.

 

Tutti i tentativi di costruzione di una zattera andarono falliti e di giorno in giorno si andava palesando un destino di totale oblio. Anche le segnalazioni ai casuali avvistamenti di imbarcazioni in transito non ebbero esito. Malgrado questa desolante prospettiva non ci furono mai conflitti. Le sporadiche liti venivano gestite, saggiamente, allontanando i due contendenti in due angoli remoti dell’isola sino alla completa riconciliazione.

 

La salvezza arrivò ad opera del “Just David” un peschereccio sulla via del ritorno verso la Tasmania, capitanato da un avventuroso marinaio Peter Warner che, casualmente, si incuriosì alla vista di recenti tracce umane sull’isola.  Accostò all’isola quel tanto che fu sufficiente ai sei naufraghi di raggiungere a nuoto l’imbarcazione. L’avventura ebbe fine nel luogo da cui era partita quindici mesi prima e suscitò l’entusiastica curiosità della comunità locale e l’interesse della stampa internazionale.

 

Vennero prodotti documentari, articoli e libri anche in relazione al profondo legame che si stabilì tra i naufraghi ed il loro salvatore, tanto che tutti finirono a fare i marinai sulla imbarcazione di Warner che non poteva far altro che chiamarsi “Ata”.

 

Fabrizio Fattori

 

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Fonte: Wikipedia e Nautica Report
Titolo del: 29/10/2020 07:25

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