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''Endurance'' ritorno al futuro

''Endurance'' ritorno al futuro

di Fabrizio Fattori

Veliero a tre alberi lungo 44 metri circa, coadiuvato da un potente motore ad unica elica capace di spingerlo ad una velocità di 10 nodi ed appositamente allestito per la navigazione nei mari polari come progettato dai cantieri norvegesi che lo vararono nel 1912.

 

Nome epico dell’esplorazione dell’Antartide, strettamente legato al suo capo spedizione il britannico Ernest Shackleton e alla sfortunata impresa di attraversamento ed esplorazione del continente Antartico che iniziata nell’agosto del 1914 ebbe termine nel novembre del 1915. Infatti l’“Endurance” bloccata nei ghiacci del mare di Weddell e dopo parecchi mesi di agonia affondò con le fiancate squarciate. Questo evento diede luogo ad una delle narrazioni di più impegnativa sopravvivenza dell’intera  storia della navigazione.

 

Ventitre dei sopravvissuti vissero per parecchi mesi direttamente sul pack dell’isola dell’Elefante, avventurosamente raggiunta, a temperature fino a – 45°, in attesa che Shackleton e altri cinque marinai, a bordo della James Caird una scialuppa da baleniera di circa sette metri, raggiunta la Georgia del sud, organizzassero una spedizione di soccorso che li pose in salvo. Shackleton aveva percorso 1.300 km nelle condizioni inimmaginabili di quelle latitudini.

 

L’esploratore, forse da ricordare più come abile e fortunato organizzatore di imprese di recupero e sicuramente come abile e generoso capitano,  si rese artefice del salvataggio dell’equipaggio dell’ “Aurora” nave destinata a sostenere la logistica della mai avvenuta traversata del continente Antartico progettata da Shackleton. La nave, rotti gli ormeggi a seguito di una tempesta, abbandonò parte del suo equipaggio sulla banchisa con scarso cibo e poco altro.

 

Dopo nove mesi di stenti vennero anch’essi recuperati dall’intrepido capitano. Recentemente una spedizione del “Falkland Maritime Heritage Trust” (FMHT) ha rintracciato su fondali del mare di Weddell, a solo pochi chilometri dal luogo dell’affondamento, il relitto dell’ “Endurance”. Malgrado gli oltre 100 anni di immersione, i tremila metri d’acqua che la sovrastano, le basse temperature, l’assenza di luce e di organismi xilofagi hanno permesso la perfetta conservazione dell’imbarcazione.

 

Dei droni subacquei, in dotazione del rompighiaccio sudafricano “Agulhas II”, hanno realizzato delle riprese ad alta risoluzione, risultate perfette anche grazie alla trasparenza dell’acqua. E’ stato possibile, così, rivivere sulle sue strutture il dramma del suo affondamento: gli alberi spezzati, lo scafo squarciato, le vele ammainate, il sartiame aggrovigliato, le ancore al loro posto, oggetti ed indumenti sparsi, e a poppa, integra nella sua patina dorata il nome “Endurance”.  

 

Di questo ritrovamento rimarranno solo queste riprese cinematografiche, niente verrà, infatti asportato, a memoria dell’eroismo dei tanti che dedicarono vita e risorse all’avventura inesauribile dell’ignoto.

 

Fabrizio Fattori

 

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Fonte: Nautica Report
Titolo del: 12/08/2022 07:15

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