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Bologna 2 agosto 1980. La storia scritta dalle vittime

Bologna 2 agosto 1980. La storia scritta dalle vittime

di Gigi Marcucci

La più piccola si chiamava Angela Fresu, aveva tre anni. Era alla stazione con sua madre Maria, di 24. Erano appena arrivate da Gricciano di Montespertoli, in Toscana. E a Gricciano erano immigrate dalla Sardegna. Maria, che essendo giovanissima viveva ancora insieme ai sette fratelli, quel giorno aveva deciso di andare sul lago di Garda, con la bambina e con l’amica Verdiana Bivona, anche lei immigrata, ma dalla Sicilia. 

La breve vacanza di acqua dolce doveva essere, per quest’ultima, una piccola parentesi aperta tra lavoro e cura dei genitori, anziani e malati. Dopo l’esplosione, di Angela e Maria non si trovò più traccia. Non si salvò nemmeno Verdiana. Sopravvisse solo una terza amica, Silvana Ancillotti. Non molto distanti da loro c’erano Antonella Ceci, 19 anni, e il fidanzato Leo Luca Marino. 

Le sorelle di lui, Angela e Mimma, li avevano raggiunti alla stazione di Bologna. Erano tutti originari di Altofonte, paese del Palermitano. A Bologna ci sarebbe stato il primo incontro con Antonella, quasi una presentazione ufficiale, in vista di un matrimonio ormai giudicato imminente. Invece ci furono un’esplosione e quattro funerali. Vito Diomede Fresa, 62 anni, patologo noto per le sue ricerche sul cancro, era in viaggio con la moglie Errica Frigerio, un’insegnate, e il figlio Francesco Cesare, di soli 14 anni. 

Racconta la giornalista e scrittrice Antonella Beccaria nel libro “È come il sangue e non va via. Due agosto: la strage, le vittime, la memoria”, (collana i Giovani siciliani, diretta da Riccardo Orioles, scaricabile gratuitamente da Internet), che Francesco si era seduto su un seggiolino, nella sala d’aspetto di seconda classe, e stava leggendo un fumetto. Lo scoppio travolse tutta la famiglia. 

Sul primo binario, c’erano anche i Mauri, ancora trafelati, perché temevano di perdere il treno. Carlo, il padre, era un perito meccanico di trentadue anni, e si era messo in viaggio verso Brindisi con la moglie Anna Maria Bosio, maestra, e il figlio Luca, sei anni. Erano partiti da Como ma la loro auto si era piantata a Bologna: avevano trascorso la notte sui sedili, poi, sentito un meccanico, avevano deciso di proseguire in treno per raggiungere il resto della famiglia. 

La corsa verso la stazione, il sollievo dopo l’affanno: il treno non era ancora partito. Poi il fuoco e il buio. Sono anche loro tra le ottantacinque persone che il 2 agosto dell’80 varcarono l’ingresso liberty della stazione di Bologna, senza sapere che non ne sarebbero più uscite. Vite che il fato ha mescolato, come fossero carte da gioco. Destini uniti da un’elucubrazione eversiva che - così dicono le sentenze - imponeva a chi la condividesse di spargere sangue e seminare il terrore per scuotere il quadro politico e spostarlo un po’ più a destra. Costasse quel che costasse. Il prezzo, spesso dimenticato, sono i nomi che avete appena letto, e molti altri. 

 

Storie spezzate, parole mai pronunciate, amori finiti, bambini mai diventati adulti in un giorno d'estate.

 

Gigi Marcucci

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Fonte: Nautica Report
Titolo del: 12/08/2020 07:00

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