Porti italiani: la cattiva politica penalizza una volta di più l’economia blu
di Nicola Silenti
di Nicola Silenti
La situazione dei porti italiani è segnata da conflitti politici che compromettono la competitività del settore. Le autorità portuali sono bloccate in una rissa politica, mentre la capacità di attrarre investimenti e sviluppare infrastrutture è a rischio, con conseguenze negative per l'economia blu del Paese.
Il siluro lanciato da Renato Schifani a Matteo Salvini sul porto di Palermo non è un episodio isolato, ma l’ennesimo atto di una guerra intestina che sta trasformando le Autorità di sistema portuale in un’arena di spartizione e veti incrociati.
Dietro i titoli sui giornali e i ricorsi al Tar si consuma una paralisi che rischia di minare non solo la credibilità delle istituzioni, ma la stessa competitività del Paese.
Parliamo di un settore che vale 34 miliardi di euro, l’1,5% del Pil nazionale, e che attraverso i porti alimenta logistica, commercio, occupazione e sviluppo territoriale. Eppure le 16 Adsp, organismi con poteri urbanistici e infrastrutturali superiori a quelli dei sindaci, sono da mesi impantanate in una rissa politica permanente.
Gli attori sono sempre gli stessi: Forza Italia che mette nel mirino le scelte del vicepremier leghista, Fratelli d’Italia che osserva e misura i danni, la Lega che spinge nomi e commissari a raffica. A Napoli è bastato il caso Cuccaro per scatenare accuse di incompatibilità. In Sicilia il Tar ha sospeso l’incarico ad Annalisa Tardino, aprendo una faglia tra Salvini e Schifani.
Intanto i porti restano commissariati, con l’eccezione di Genova, Ancona e Catania. Un’intera classe dirigente esperta è stata spazzata via per fare posto a figure calate dall’alto, spesso prive dei requisiti di legge. Risultato: mesi persi, investimenti congelati, incertezza diffusa.
Il silenzio del mondo marittimo e industriale è quasi più inquietante della crisi stessa. Assoporti, sindacati, associazioni imprenditoriali, perfino l’opposizione, appaiono rassegnati. Qualche lamentela qua e là, ma nessuno che alzi davvero la voce. La sensazione è che tutti abbiano ormai accettato la logica della lottizzazione, in attesa che passi la tempesta.
In questo clima caotico non manca l’attivismo di sottosegretari, ministri e potentati locali che, spesso senza competenze specifiche, si inseriscono nella partita con logiche di pura spartizione. Una dinamica che avrebbe irritato non poco la premier Giorgia Meloni, la quale – secondo fonti vicine a Palazzo Chigi – sarebbe pronta a intervenire di persona sul dossier porti a settembre, per evitare che la situazione degeneri ulteriormente.
Un commissariamento di fatto delle prerogative di Salvini: non ufficiale, ma politicamente assai vicino.
Ma la sostanza resta: la politica litiga non su traffici, dragaggi o strategie logistiche, bensì su nomi da piazzare. La concorrenza internazionale intanto avanza, i porti del Nord Europa e del Mediterraneo si attrezzano, e noi ci perdiamo dietro al piccolo cabotaggio della politica di palazzo.
Il rischio è evidente: compromettere non solo la programmazione infrastrutturale e i fondi del Pnrr, ma soprattutto la capacità dei nostri scali di attrarre investimenti e giocare da protagonisti nello scacchiere globale.
Una miopia che lascia l’Italia ferma al palo mentre gli altri corrono.
L’impressione, sempre più netta, è che i porti italiani stiano diventando la metafora perfetta della politica nazionale: asset strategici ridotti a pedine di una partita di potere senza visione, dove a vincere non è mai il Paese, ma il clan di turno.
E intanto, sulle banchine, cala un silenzio irreale. Non quello del lavoro che ferve, ma quello dell’attesa. Un’attesa che gli scali concorrenti osservano con un brindisi, ringraziando la litigiosa politica italiana per il regalo più grande: l’autolesionismo.
Nicola Silenti
In copertina foto da DEPOSITPHOTOS
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