Economia del mare: vale 224,9 miliardi e pesa l'11,4% del PIL
Il XIV Rapporto Nazionale sull’Economia del Mare 2026 fotografa crescita, occupazione e la nuova attenzione a competenze green e digitali
Il XIV Rapporto Nazionale sull’Economia del Mare 2026 fotografa crescita, occupazione e la nuova attenzione a competenze green e digitali
L'Economia del mare in Italia raggiunge un valore complessivo di 224,9 miliardi di euro pari all'11,4% del PIL, con 253.599 imprese e 1.133.949 occupati. Il valore aggiunto diretto è 78,9 miliardi, il moltiplicatore resta 1,8. Crescono valore aggiunto (+3,8%) e occupazione (+4,2%). Focus su capitale umano: minore esposizione alla carenza di competenze green e STEM rispetto al totale economia, ma persistono difficoltà nelle competenze tecniche e digitali.
Economia del mare, 224,9 miliardi, 11,4% del PIL: questi sono i tre numeri che hanno aperto la presentazione del XIV Rapporto Nazionale sull’Economia del Mare 2026, tenuta l'8 luglio a Roma durante il Blue Forum 2026. Dietro le cifre c'è una scommessa: trasformare il peso economico del mare in leva stabile per la crescita industriale nazionale.
Il perimetro preso in esame copre 253.599 imprese e 1.133.949 occupati. Il valore aggiunto diretto è stimato in 78,9 miliardi di euro; calcolando gli effetti sull'intera economia il dato aggregato arriva a 224,9 miliardi, con un moltiplicatore pari a 1,8. Rispetto all'ultimo monitoraggio, il valore aggiunto complessivo cresce di circa 9,6 miliardi e il valore aggiunto diretto registra un incremento del 3,8%, superiore al 2,1% dell'economia nazionale.
Al tavolo di apertura il Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha fatto del mare un tema d'agenda: infrastrutture, portualità, filiere produttive. Le traiettorie del Mediterraneo — rotte commerciali, corridoi energetici — sono state richiamate come elementi che richiedono scelte politiche e industriali calibrate.
Il Rapporto, curato da OsserMare in collaborazione con il Centro Studi Tagliacarne - Unioncamere e altri partner,писla Blue Economy come un sistema che intreccia cantieristica, pesca, logistica marittima, turismo costiero, ristorazione, attività ricreative, industrie estrattive marine, ricerca e tutela ambientale. Ogni euro generato nei comparti direttamente legati al mare attiva altri 1,8 euro nell'economia nazionale complessiva. È una catena di valore con nodi strategici: porti, distretti, aziende di servizi e centri di ricerca.
La crescita degli addetti è significativa: +4,2%, quasi il triplo della variazione occupazionale complessiva del Paese. Il Mezzogiorno emerge come l'area con il maggiore peso produttivo, assorbendo il 34,2% del valore aggiunto blu e il 39,9% dell'occupazione del comparto. È un ruolo che mescola storici distretti portuali e nuove opportunità di sviluppo lungo le coste.
Anche il Centro mostra un'incidenza rilevante con il 30,2% del valore aggiunto. Sul fronte regionale, la Liguria pesa per il 14,4% e la Sardegna per il 7,5%. A livello provinciale, porti e distretti storici restano al centro: Trieste primeggia con una incidenza del 21,4%, seguita da Livorno e La Spezia. Questi territori non sono soltanto numeri: sono punti di concentrazione di infrastrutture, competenze e relazioni commerciali.
Novità della XIV edizione è l'approfondimento sul capitale umano e sul gap di competenze rispetto alle transizioni green e digitali. Il 65,9% delle imprese del mare segnala difficoltà nel reperire figure adeguate, una quota leggermente inferiore al 68,4% registrato per il totale dell'economia. Un vantaggio relativo che però non elimina problemi concreti.

Le competenze green risultano carenti per solo il 2,2% delle imprese blu, contro il 6,4% del totale economico; per le competenze STEM le quote sono 2,6% versus 8,9%. Anche le competenze digitali-informatiche mostrano una pressione inferiore nel settore marittimo: 9,5% delle imprese blu dichiara difficoltà a reperirle, rispetto al 12,6% della media nazionale. Sono segnali che indicano un certo grado di preparazione alle trasformazioni richieste dal mercato.
Tuttavia permangono criticità sulla componente tecnica: il reperimento di competenze tecniche specifiche pesa sul 43,1% delle imprese del mare, sebbene sia leggermente inferiore al 47,5% dell'intero sistema produttivo. Competenze amministrativo-contabili e soft skill mostrano criticità comparabili o superiori alla media. Sul piano operativo, molte imprese rimangono esposte alla carenza di profili pragmatici e subito spendibili.
Il Rapporto segnala dunque che il settore ha anticipato alcune trasformazioni ma resta aperto il tema dell'adeguamento delle competenze: formazione continua, percorsi professionalizzanti e raccordo tra domanda delle imprese e offerta formativa appaiono priorità operative.

Durante la presentazione è stata annunciata anche la pubblicazione del 1° Rapporto nazionale sulla dimensione subacquea italiana, che sarà illustrato al Senato il 16 luglio. L'iniziativa amplia il perimetro conoscitivo e intende mettere a sistema la filiera subacquea, dalle imprese specializzate alla ricerca.
Il dibattito che ha seguito la presentazione ha visto confrontarsi rappresentanti istituzionali e delle filiere blu su politiche pubbliche e investimenti privati. Le priorità emerse riguardano competenze, infrastrutture portuali, digitalizzazione e sostenibilità ambientale come leve per consolidare la crescita osservata.
Il Rapporto completo è disponibile online. L'analisi mette in evidenza la dimensione economica e occupazionale del mare e dettaglia le aree dove intervenire per rendere più efficace il contributo del settore all'economia nazionale.
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