Mari Ultra: a vela attorno al mondo alla ricerca dello spirito dei luoghi
Il racconto di Giovanni Testa dopo 12 anni e migliaia di miglia su Eutikia, tra radici mediterranee e approdi remoti
Il racconto di Giovanni Testa dopo 12 anni e migliaia di miglia su Eutikia, tra radici mediterranee e approdi remoti
Giovanni Testa racconta in Mari Ultra il suo giro del mondo di dodici anni a bordo di Eutikia: non un portolano né un diario tecnico, ma una narrazione che cerca lo spirito dei luoghi attraverso incontri, storie, architetture e tradizioni vissute in mare aperto.
La chiglia che scivola nel mare, il fruscio delle vele e una mappa di isole e approdi che diventano ritratti umani: così apre il nuovo libro Mari Ultra, il racconto di una circumnavigazione durata dodici anni a bordo di Eutikia. Si sente il legno che sospira, il sale sulla pelle e il tempo che si allunga quando la terra resta sul ponte come un appuntamento possibile ma non immediato.
Non un manuale di rotta, non un diario tecnico: il testo passa dalle memorie di bordo a descrizioni di terre viste di prua, puntando a cogliere «lo spirito dei luoghi». L'autore, Giovanni Testa, mette in pagina trent'anni di navigazioni che affondano le radici in una formazione mediterranea iniziata a Zara e proseguita tra regate, esplorazioni e infine il grande viaggio oceanico insieme alla moglie Marina. La voce è quella di chi ha misurato vento e velocità ma sceglie di rallentare per ascoltare voci e geografie.
Scegliere rotte lunghe e sostare a lungo è l'asse del libro. Le fermate non sono intermezzi logistici: diventano capitoli in cui si rimane, si osserva, si prende nota. Testa non annota solo porti e coordinate; descrive come le coste mutano, come cambiano gli usi e le architetture, e come un mercato può racchiudere la storia recente di un luogo. A volte la descrizione è veloce, quasi teatrale; altre volte si dilata, si sofferma su un volto, su una porta scolpita, su una barca ferma al molo.
Il valore del tempo è un tema ricorrente: fermarsi per giorni o settimane permette di assistere a rituali, ascoltare anziani, osservare trasformazioni urbane che si consumano lentamente. I dettagli tecnici emergono solo quando servono a collocare un luogo dentro una narrazione pratica: la profondità dell'ingresso di un porto, la direzione dominante del vento o la conformazione del fondale diventano elementi che spiegano perché certe comunità si sono sviluppate in un modo piuttosto che in un altro.
La genealogia culturale non resta sullo sfondo. I genitori di Testa, originari di Zara, gli danno un primo orizzonte: un modo di stare al mare che è fatto di gesti, parole e saperi trasmessi. Quel patrimonio conviviale si intreccia con le regate che hanno forgiato la sua pratica: ritmo, disciplina, paura delle burrasche e capacità di gestione dell'equipaggio. Eppure è la lentezza la scelta definitiva: rallentare per conoscere, fermarsi per raccontare.
Si percepisce spesso l'autore che legge un vento come si legge una storia. La competenza nautica è sempre presente, ma non è mai messa in vetrina; resta funzionale alla narrazione umanistica, come un sottofondo tecnico che rende credibile ogni dettaglio quando compare.
Mari Ultra esce in brossura nel formato 17 x 24 cm e conta 256 pagine più 16 a colori. Le fotografie intercalate al testo, insieme ai contenuti digitali collegati, parlano di bordo e di approdi con immagini che spesso sono istantanee di vita quotidiana: reti, mani, facciate sbiadite, mercati. Il page design alterna racconto e immagine, concedendo pause visive con scatti in bianco e nero che rallentano la lettura e aprono piccoli spazi di riflessione.
Le didascalie non spiegano; completano. Non commentano l'evidenza ma aggiungono una nota, una precisa distanza temporale o un'indicazione minima che orienta il lettore senza imporgli una lettura definitiva.
La struttura del racconto si articola su quattro direttrici: ambiente naturale, architettura, tradizione orale e pratica quotidiana. Ogni approdo è scolpito attraverso osservazioni che mescolano sguardo tecnico e sensibilità etnografica. Non si danno soluzioni; si propongono incontri che generano domande e, talvolta, piccole aperture interpretative. Le descrizioni privilegiano il concreto: materiali delle case, colori dei tessuti, strumenti da pesca, odori dei mercati. Numeri e date compaiono quando servono a situare un evento o una trasformazione urbana.
Chi cerca dati di navigazione troverà indicazioni utili, seppur frammentarie. Le note sui passaggi marini spiegano perché un approdo è diverso da un altro: correnti, profondità d'ingresso, esposizione al vento e natura del fondale emergono come elementi che condizionano la vita del porto e le pratiche dei suoi abitanti. Il focus rimane antropologico ma l'approccio è operativo: suggerimenti pratici nascono dall'esperienza e non dalle tabelle, sono consigli su come relazionarsi con le comunità locali, come affrontare i commercianti o come proteggere la barca in banchina dove i servizi scarseggiano.
L'editore integra il testo con contenuti digitali accessibili via QR code: foto, video di bordo e sequenze riprese durante le soste. La multimedialità non è un abbellimento; è uno strumento per verificare e arricchire il racconto. Attraverso i QR il lettore può vedere volti, ascoltare suoni, riascoltare parole raccolte in porto. La sensazione di presenza aumenta: non si sta soltanto leggendo, si osservano frammenti che completano la pagina.
La scena iniziale richiama la chiusura: la chiglia sempre a scivolare e la domanda su cosa resti dopo mille porti. Il testo non chiude quel quesito; indica invece il prossimo passo del progetto: continuare la pratica della sosta prolungata e riorganizzare il materiale digitale raccolto durante gli anni. Si annuncia un test del valore della lentezza applicato alla documentazione del mare, una verifica che prende la forma di ulteriori soste e di una revisione critica dei materiali raccolti.
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