Flyer reunion: 16 ex equipaggi a Rotterdam
Il raduno per il 175° anniversario del Royal De Maas riporta insieme gli uomini di Flyer 1 e Flyer 2 e celebra l’origine del sistema di abbigliamento a tre strati ideato con Musto
Il raduno per il 175° anniversario del Royal De Maas riporta insieme gli uomini di Flyer 1 e Flyer 2 e celebra l’origine del sistema di abbigliamento a tre strati ideato con Musto
Sedici ex membri degli equipaggi di Flyer 1 e Flyer 2 si sono ritrovati a Rotterdam per il 175° anniversario del Royal Rowing and Sailing Club ‘De Maas’. Ospite d’onore Keith Musto: dalla collaborazione con Conny van Rietschoten nacque il sistema di abbigliamento a tre strati che introdusse materiali come il GORE-TEX e strati isolanti in Thinsulate, segnando un cambiamento tecnico rispetto al PVC.
Flyer reunion a Rotterdam: sedici membri degli equipaggi dei leggendari Flyer 1 e Flyer 2 si sono ritrovati il 5 e 6 giugno 2026 nella sede del Royal Rowing and Sailing Club «De Maas». Non è stato un incontro di circostanza: nelle sale affacciate sul canale si è parlato di turni in coperta, di notti di mare e di soluzioni tecniche che hanno cambiato il modo di vestire chi affronta l'oceano.
Il dato più sorprendente emerso negli scambi è tecnico e concreto: durante quelle campagne fu messa a punto la prima concezione sistemica del tre strati per la protezione in mare. Non una sovrapposizione casuale di elementi, ma una sequenza studiata per rispondere a traspirabilità, isolamento e impermeabilità in condizioni estreme. A guidare il racconto, come ospite d'onore, Keith Musto, figura centrale nel passaggio dal prototipo al prodotto pratico.
La due giorni al De Maas ha ricomposto pezzi di una storia che per decenni era rimasta sparsa tra foto, diari di bordo e qualche giacca consumata. Sedici uomini si sono ritrovati a raccontare rotte, decisioni prese di notte e l’immediatezza dei bisogni a bordo: mani gelate su manovre rapide, ponti di alluminio freddi e continui cambi di temperatura. Questi elementi hanno spinto verso soluzioni diverse rispetto ai sacchi di PVC allora predominanti.
Non sono mancate scene di vita quotidiana: qualcuno ha portato una foto sbiadita, qualcun altro un appunto con le misure dei prototipi. Gli aneddoti tecnici si mescolavano a battute asciutte: così si capiva che quella sartoria da mare era anche mestiere, non solo teoria.
La collaborazione tra lo skipper Conny van Rietschoten e il team Musto nacque da esigenze pratiche chiare: tenere l’equipaggio asciutto e caldo senza sacrificare libertà di movimento. Il progetto seguì una sequenza precisa che oggi si legge come naturale ma allora fu sperimentazione pura:
Questa disposizione nacque dall’osservazione diretta: dove la condensa bagnava, come si comportavano le cuciture, quali punti richiedevano rinforzi. Diciotto prototipi furono prodotti e portati in mare per testare ogni possibile criticità.
I resoconti sulle prove non erano rapporti freddi: erano note pratiche fatte da chi stava sul ponte. Persone come il prodiere e fotografo Onne van der Wal e il giovane membro Grant Dalton raccolsero osservazioni sull’uso quotidiano: dove entrava il vento, quali geometrie delle sovrapposizioni impedivano l’ingresso di acqua, dove la termica perdeva efficacia. Quei rilievi guidarono scelte precise sui grammaggi dei tessuti e sui metodi di saldatura delle giunzioni.
Nella fase successiva, i dati raccolti a bordo furono traslati in modifiche costruttive. Il lavoro era iterativo: una prova in mare, una correzione in laboratorio, poi di nuovo in oceano. Non è un processo istantaneo; è una successione di miglioramenti che nascono dal confronto diretto con l’elemento per cui il prodotto è pensato.
Il coinvolgimento di aziende tessili all’avanguardia permise di passare da materiali pesanti e poco duttili a soluzioni più leggere. L’interazione con LW Gore portò all’uso di membrane traspiranti abbinate a esterni in poliestere a trama fine, meno assorbenti e più maneggevoli in condizioni di bordo.

Prima di quel cambiamento l’abbigliamento da regata era spesso sinonimo di sacchi impermeabili: efficaci contro l’acqua ma pessimi per la traspirazione. La nuova impostazione ridusse drasticamente l’effetto della bagnatura interna dovuta alla condensa e migliorò la mobilità grazie a materiali meno rigidi. Nei racconti emersi alla reunion si è vista una continuità tecnica: scelte pratiche fatte allora hanno lasciato segni sulle successive linee di prodotto, compresa la serie HPX di Musto.
Non si trattò di un cambio estetico. Fu una ridefinizione delle specifiche funzionali: dove mettere l’isolante, come limitare i punti di infiltrazione, quale peso accettare per garantire isolamento senza limitare la prontezza fisica dell’equipaggio.
Nel weekend il club ha esposto i due trofei del doppio successo di Van Rietschoten nella Whitbread nella «Flyer Room» del De Maas. Gli oggetti fungono da ancoraggio: non sono solo trofei ma strumenti di memoria che raccontano le condizioni in cui i prototipi sono stati provati e le scelte tecniche che ne sono derivate.
La ricerca degli ex componenti ha richiesto mesi di lavoro. Le immagini, i diari di bordo e gli oggetti esposti hanno restituito un profilo sia tecnico sia umano delle campagne: non solo manovre e tattiche, ma prove materiali e decisioni sartoriali che hanno impatto diretto su comfort e prestazioni in mare.
Quel salto tecnico — dall’intimo tecnico, all’imbottitura fino alla membrana esterna — non fu un episodio isolato: fu un processo iterativo guidato dall’esperienza operativa in oceano. Il 5–6 giugno 2026 rimane una data utile per chi studia la storia dell’abbigliamento nautico: un momento in cui la pratica e gli oggetti si sono ricongiunti a beneficio della memoria collettiva.
Prossima tappa concreta: la conservazione e la catalogazione sistematica del materiale esposto nella Flyer Room e la possibile digitalizzazione degli archivi di bordo entro la fine del 2027, per rendere accessibili ai ricercatori i dettagli tecnici dei prototipi e i rapporti di prova originali.
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