Giuseppe Tagliamonte, ponzese, era soprannominato “O’ Francese” perché era emigrato in Francia nell’anno 1927 e lì restò per 32 anni. In questo periodo conobbe una ragazza nata a Marsiglia da padre Procidano e da madre Ponzese (cugina del “Francese”).
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| Giuseppe Tagliamonte "O' Francese" |
Si sposarono e non ebbero figli. Nel 1958/59 decisero di tornare a Ponza dove avevano case e giardini lasciati dai genitori del “Francese”.
Egli, però, era innamoratissimo di Palmarola, ultima isola delle Pontine, disabitata ed allo stato naturale, con macchia mediterranea, capre selvatiche, conigli selvatici...
C’era e c’è ancora la “palma nana”, pianta dalla quale deriva il nome dell’isola: “Palmarola”. Il padre del francese aveva portato il figlio Giuseppe per la prima volta a Palmarola a soli 3 anni e lì vissero per un periodo in una grotta di loro proprietà. I terreni di Palmarola in quell’epoca erano coltivati a legumi e vigneti e quelle poche persone che erano lì vivevano con il baratto con i pescatori.
Nel 1958 il Francese pensò di costruire una casa su una proprietà di suo padre; così, con tavole di legno recuperate sfasciando vecchi bastimenti e con mattoni da lui costruiti sulla spiaggia di Palmarola con sabbia, acqua di mare e un po’ di cemento, creò da solo una casa costituita da cucina, sala da pranzo, camera da letto e bagno: il suo desiderio era quello di vivere lì!
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Palmarola - Panorama
La moglie, Luisa Amoroso, non accettò questa sua richiesta ed allora il Francese trasformò tutto in un piccolo ristorante. Siccome non era pratico di ristorazione, dal “Francese” si mangiava solo: Spaghetti al pomodoro, frittata ed insalata di rucola e “purchiacchielli” (due erbette selvatiche).
Se un cliente chiedeva un caffè, la Signora Luisa diceva: «Aspettate perché devo prima disinfettare la macchinetta».
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| Angelo e Maria |
Quindi il cliente si annoiava di aspettare e andava via senza il caffè.Negli anni 65/66 mio marito Angelo Martusciello, puteolano e ristoratore, in mia compagnia, Maria Scotto, e con due figli ragazzini ci imbarcammo sulla nave da Formia per trascorrere un po’ di giorni a Ponza, anche perché Angelo gradiva andare a caccia. Sulla nave feci amicizia con una signora giovane che disse di essere la figlia di un noto avvocato di Latina. Ella, sapendo la ragione per cui volevamo fermarci a Ponza, ci consigliò di andare a Palmarola perché sarebbe stato più divertente sia per Angelo sia per i bambini; d'accordo con mio marito, decidemmo così di fermarci a Ponza solo per una notte.
A Ponza ci rivolgemmo ad un barcaiolo il quale ci venne a prendere alle quattro di mattina. La sera prima comprammo a Ponza tutto ciò che ci poteva servire a Palmarola di commestibile, medicine, ecc. perchè ci avvisarono che in quell’isola disabitata non c’era nulla e all’ora stabilita ci imbarcammo su questo piccolo gozzo diretto alla bellissima isola all’epoca sconosciuta a molti compreso a noi.

Palmarola - Spiaggia del "Francese"
Durante il tragitto, mare calmo ed un’alba meravigliosa si vedevano stormi di quaglie, tortore e tante altre razze di uccelli arrivare a Palmarola. Lo spettacolo era quello dei falchi picchiaioli che alla vista degli uccelli venivano velocemente giù e li divoravano. A terra arrivavano solo quelli che erano scampati all’agguato dei rapaci. Giunti sulla spiaggia della Maga Circe o Cala del Porto, il barcaiolo cominciò a chiamare a voce alta: «Francese...Francese..»
Il Francese udì la chiamata e venne a incontrarci sulla spiaggia accogliendoci con «Benvenuti, benvenuti a Palmarola »... e ci accompagnò subito nel suo piccolo ristorante con camere.
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| La famiglia Martusciello |
Rivolgendosi a me in cucina mi disse: «da questo momento sei la padrona, quello che c’è è tutto tuo, fai quello che vuoi». Lo ringraziai e mi misi subito a pulire perché la pulizia e il disordine facevano un po’ da padroni dappertutto. All’epoca non c’erano frigoriferi e il primo giorno io cucinai degli spaghetti al pomodoro e un po’ di carne alla pizzaiola che avevamo appena comprato a Ponza. In un angolino il Francese mangiava dei fagiolini lessi e tre scorfanette che aveva lasciato in un piattino sul tavolo in cucina da qualche giorno ed erano secche. Il giorno dopo proposi al Francese , che da allora tutti chiamammo Zio Giuseppe, di non cucinare perché avrebbe mangiato con noi, da quel momento siamo diventati ottimi amici.
Zio Giuseppe qualche anno prima che arrivassimo a Palmarola aveva ospitato alcuni giovani ponzesi gratuitamente a patto che lo aiutassero a portare un po’ di materiale sul faraglione di San Silverio, protettore di Ponza e Palmarola, così riuscì a costruire una piccola cappella nella quale c’è la statua di San Silverio, sempre con la luce accesa.
I primi anni venivano portate sul faraglione bombole di gas per la luce,oggi invece ci sono pannelli solari. Quando chiedevamo a Zio Giuseppe dove avesse preso la croce che c’è sulla cappella ,rispondeva: « l’ho rubata nel cimitero di Ponza ». La moglie del Francese, zia Luisa, si affezionò anche lei molto a noi e d’inverno trascorreva alcuni mesi a casa nostra anche perché a Ponza non c’era l’ospedale e lei temeva di sentirsi male,perché era anziana.
Mio marito Angelo ed io, insieme ai nostri tre figli, abbiamo dato un valido aiuto disinteressato al Francese nel ristorante per ben tre anni. Poi nel 1977, morto quasi all’improvviso zio Giuseppe, la vedova decise di disfarsi del ristorante e lo acquistammo noi a prezzo normale di mercato da allora abbiamo fatto sistemare un po’ tutto ed abbiamo portato/a la struttura ad un normale ristorante.
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In memoria di Zio Giuseppe, il ristorante si chiama ancora oggi: “O’ FRANCESE” ed è gestito da mia figlia, Patrizia e da mio genero, Arturo insieme ai loro figli: Mariano, Fabiola e AngeloPio.
Di Angelo e Maria
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